Sono nata a Montesolaro, il paese degli incesti.

Un luogo che mi ha insegnato due grandi cose fin da piccola: ascoltare molto e parlare poco. Soprattutto quando le famiglie potenti siedono al tavolo accanto.

Già dall’asilo intercetto i primi “bambini speciali”.

Non so ancora dare un nome a quello che vedo, ma lo riconosco: chi sta ai margini, chi urla per essere visto, chi si chiude per non essere ferito.

Prima ancora di studiare gli altri, però, ho studiato casa mia.

Mia madre ha un negozio di reggiseni. Sono cresciuta tra pizzi, coppe e misure sussurrate dietro una tenda. Ho visto seni bellissimi prima ancora di capire cosa volesse dire desiderio. Ho capito presto che il corpo racconta storie che la bocca non dice.

Mio padre, invece, distrugge e rimonta automobili con le sue mani enormi. Mani sporche di grasso ma capaci di una precisione quasi chirurgica. Capelli bellissimi, presenza silenziosa. Da lui ho imparato che si può smontare qualcosa senza buttarlo via.

Poi arriva mio fratello minore. E senza accorgermene smetto di essere solo figlia. Divento sentinella, mediatrice, piccola adulta anticipata.

Alle elementari e alle medie non mi limito a studiare i casi umani: ci cresco insieme. Francesca, Andrea, Alessandro. È lì che capisco una cosa semplice: mentre gli altri giocano, io osservo. Mentre gli altri urlano, io ascolto. E mentre gli altri scappano, io resto.

L’apice arriva alle superiori.

Quando inizi a essere chiamata “mamma” dai tuoi coetanei — Cecilia, Riccardo, Alesia, Giulia e una lunga lista di casi clinicamente interessanti — hai due possibilità: spaventarti o riconoscerti.

Io mi sono riconosciuta.

Anche se non sono stata immune dalle mie sbandate.

L’alcool per sentirsi più grande, più sciolta, meno responsabile.

Un ragazzo che andava troppo forte con la sua macchina, la “Trapcar”, come se accelerare potesse evitare di sentire. Per fortuna alla fine ho trovato il mio “MO”.

Debiti rischiati in latino, perché salvare gli altri non ti esonera da Cicerone.

Ho imparato una lezione fondamentale: capire gli altri non ti rende immune dal caos. E chi ascolta tutti, prima o poi, deve imparare ad ascoltare anche sé stesso.

La mia piccola via di Damasco arriva così, senza effetti speciali, ma con una chiarezza nuova.

L’università non è una fuga romantica né una missione salvifica. È una scelta lucida.

Non per redimere anime, ma per ottenere un titolo ufficiale che mi permetta — finalmente — di essere pagata (possibilmente a peso d’oro) per fare ciò che mi scorre nelle vene: ascoltare, comprendere, ricostruire.

Ma rimane che, tra scimmie e donne bisticcione, non mi sono mai annoiata. Cambiano gli ambienti, non le dinamiche: gerarchie invisibili, fragilità rumorose, egocentrismi travestiti da sicurezza. Ho sempre avuto qualcuno da contenere, mediare, decifrare.

Oggi sono una riabilitatrice psichiatrica.

Non prometto miracoli, li faccio.